EDITORIALE Un giovane ricercatore perugino:
• 30 gennaio 2009 17:56
di Enrico Camilli
Il Prodotto Interno Lordo, quale misuratore della ricchezza di un paese, è sottoposto a critiche sempre più forti, non solo nella ristretta cerchia degli economisti, ma anche, sempre più, nell’opinione pubblica. Esso è la sommatoria di tutta la produzione di beni e servizi di una comunità, senza distinguere il ruolo che tali beni e servizi hanno per il benessere reale. Ed ecco che servizi sanitari e produzione di armi, produzione di energia rinnovabile e discariche vengono inglobate in un unico indice, che dovrebbe indicare la reale ricchezza del paese. Critiche più estreme giungono a rifiutare il concetto di ricchezza quale indice del benessere, o della felicità, di una comunità. Questa impostazione, di natura filosofica ancor più che politica, è di grande interesse, ma rischia di non cogliere nel segno nel momento in cui si considera che sistemi economici sempre più complessi e interconnessi necessitano di un indice oggettivo per valutare la ricchezza di un sistema economico. Quale banca presterebbe denaro ad un soggetto senza sapere quale è la sua capacità di ripagare nel tempo il debito? (purtroppo, fino all’attuale Crisi, molte, ma si è visto dove ci ha condotto) Lo stesso può dirsi a livello macroeconomico: quale investitore sarebbe disposto ad scommettere su un paese senza avere informazioni sulla sua capacità di remunerare l’investimento? Davanti alle Poste di Piazza Bologna, a Roma, c’è un’anziana signora che chiede l’elemosina con un cartello: “Sono comunque felice nella mia povertà” e spesso balla e sorride ai passanti. Ma chi sarebbe disposto a prestarle dei soldi, pur ammettendo che sia effettivamente felice e goda di un benessere, magari superiore a gran parte degli stressati passanti? Un elemento di misurazione oggettiva della ricchezza, dunque, è necessario, anche se probabilmente non sarà mai in grado di misurare la felicità di una comunità, frutto di molteplici variabili.
Si consideri poi che il PIL, oltre ad essere un indice fondamentale per le relazioni economiche, ha spesso anche un ruolo decisivo per le relazioni giuridiche fra paesi. L’esempio più evidente è l’Unione Europea, ed in particolare l’Unione Monetaria (all’Euro). Il PIL è uno degli elementi fondamentali per verificare il rispetto del Patto di Stabilità, la cui violazione può dar luogo ad una procedura sanzionatoria che oltre che alle conseguenze pecuniarie dirette (in realtà mai effettive) ha soprattutto conseguenze indirette (un innalzamento del costo del debito) molto più pesanti per il singolo paese. Le critiche cui è sottoposto il Patto di Stabilità sono molte, soprattutto da parte di quei paesi maggiormente indebitati e dalle economie più complesse: il Patto sarebbe “stupido” o “cieco”, di modo che sarebbe necessario interpretarlo in maniera flessibile, ammettere sforamenti temporanei, adattarlo alle fasi di recessione, etc… In realtà esso traduce un principio fondamentale, che in alcuni paesi, soprattutto in Italia nel passato, è stato completamente ignorato: non ci si può indebitare in maniera eccessiva rispetto alle proprie capacità, senza poi far ricadere sulle generazioni future il peso di questo indebitamento. E contiene uno strumento che permette di verificare oggettivamente questa tendenza. Nella sua rozzezza, il Patto di Stabilità contiene un elemento molto importante per il futuro di una società, ovvero il concetto di sostenibilità. Purtroppo lo prevede solo in un’unica dimensione, ovvero quella finanziaria. Da qui le critiche per un’Europa in mano alle tecnocrazie finanziarie ed economiche, in cui la politica rimane succube rispetto alle esigenze economiche, sempre più lontana dai bisogni dei cittadini. E i singoli Stati nazionali, sfruttando questo malessere, cercano di riappropriarsi della propria libertà nel breve periodo, sostenendo applicazioni flessibili, in definitiva cercando di tralasciare il punto forte del sistema, ovvero offrire uno strumento cogente per verificare l’insostenibilità nel lungo periodo (purtroppo solo finanziaria) di una economia.
Si potrebbe però lavorare per migliorare il Patto, senza stravolgerne il nucleo fondamentale positivo, introducendo la multidimensionalità del concetto di sostenibilità: ambientale, sociale, alla fine politica. E lo strumento potrebbe essere proprio un PIL intelligente. Si potrebbe infatti immaginare un sistema di calcolo del PIL diverso da quello attuale, che valuti non tanto il valore attuale del prodotto, ma piuttosto la sua capacità di produrre valore anche per il futuro o per la società. Mi spiego. Ci sono beni che sono in grado di aumentare durevolmente la capacità di un paese di ripagare il proprio debito, perché sono in grado di eliminare spese future. Un impianto di energia rinnovabile ha un valore maggiore della medesima cifra spesa per una centrale termoelettrica, perché la prima, grazie alle sue esternalità positive, permetterà in futuro di evitare dei costi per ripulire l’aria o l’acqua inquinata dalla seconda. I servizi legati all’educazione, ancora, hanno un valore “prospettico” superiore ai servizi legati alla pubblicità, in quanto aumentando il livello culturale del paese rendono più probabile l’adozione di tecnologie più avanzate che ridurranno costi futuri, o aumenteranno redditi futuri. Perché non tener conto di queste differenze, che hanno poi un impatto economico ben preciso, nel valutare la ricchezza di un paese? Senza poi tradire l’idea (pur sempre economica) alla base del Patto, ovvero garantire la sostenibilità dell’indebitamento di un paese? Basterebbe stabilire degli indici di ponderazione del valore dei diversi beni e servizi prodotti da un paese, sulla base di questo criterio di sostenibilità. Il medesimo valore monetario di un bene darebbe luogo ad una ricchezza “sostenibile” diversa.
Ma si obietterà: la scelta dei fattori di ponderazione è una scelta, almeno in parte, politica. Sì. E per questo dovrebbe essere affidata ad un’autorità politica, supportata naturalmente da studi sulla effettiva sostenibilità di un bene o servizio. Essa riflette il valore che una determinata società dà a determinati beni e servizi, sulla base naturalmente e soprattutto anche delle conoscenze economiche sulle esternalità e la sostenibilità di un bene o servizio. A livello europeo questa funzione sarebbe da affidare al Parlamento, magari su base pluriennale (ogni legislatura potrebbe stabilire un suo insieme di fattori di ponderazione). Sarebbe una via per superare il “deficit” democratico dell’Unione, che sempre più peserà sul progetto Europeo. Ma anche per costruire una sorta di “finanziaria” Europea, capace al tempo stesso di dare un indirizzo politico-economico all’Unione senza però la necessità di attribuire al livello europeo il potere di spesa (e di tassazione), nel rispetto del principio di sussidiarietà. È evidente infatti che il PIL ponderato e la sua cogenza mediante il Patto di Stabilità, sarà in grado di influenzare il potere di spesa (e di tassazione) dei singoli paesi. Favorire lo sviluppo dei beni e servizi con un valore ponderato più alto aumenterà la ricchezza di un paese in maniera più che proporzionale. Ed anche la spesa pubblica in questi settori peserà di meno ai fini del calcolo del Patto di Stabilità. Rispetto alle manovre puramente monetarie, poi, non dovrebbe avere una portata inflazionistica, perché non si tratterebbe di aumento di ricchezza nominale (come quello derivante, ad esempio, dall’aumento della massa monetaria, sperimentata in maniera disastrosa nel passato), ma semplicemente di un aumento di ricchezza “prospettico”: i beni e servizi che vengono ponderati di più lo sono proprio perché capaci, nel futuro, di dare rendimenti maggiori. Infine un tale sistema, adottato da una delle economie più grandi del mondo (la UE), anche se soprattutto, all’inizio, per fini “interni”, potrebbe alla lunga diventare uno standard internazionale per valutare la ricchezza degli altri paesi (ed anzi un controllo esterno opererebbe anche come “limite” alla discrezionalità politica del Parlamento sulla scelta dei fattori di ponderazione), verso un PIL sostenibile ed intelligente.
Enrico Camilli, dottore di ricerca Università Luiss - Roma






















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