PERUGIA ARTI CONTEMPORANEE'Home': cinema e teatro. L’uno dentro l’altro. Due esperienze da vivere contemporaneamente, in una perenne sospensione tra l’essere e il divenire
Lucia Caruso • 02 ottobre 2009 17:01
Forse 'stupore' è la parola che meglio può immortalare lo spettacolo di Pierre Hebert e Bob Ostertag in prima mondiale lo scorso sabato al teatro Bertolt Brecht di San Sisto, inserito nella manifestazione Perugia Arti Contemporanee.
Una nuova esperienza per il palcoscenico che sancisce il connubio tra cinema, arte e teatro.
Diventa difficile provare a narrarne l’essenza in poche parole, essendo lo spettacolo incastonato in un turbinio di immagini, suoni, concetti, sapientemente racchiusi in un dècollage, potremmo dire, un po’ alla Mimmo Rotella. Si perché è proprio nel loro esasperato gesto de-costruttivo che comincia a ri-vivere una nuova sintesi non solo del linguaggio, ma anche del fare teatro.
“Home” è il suo titolo ed è da qui, da questa semplice parola, da questo concetto a tutti conosciuto, che parte lo stupore ed è proprio da qui che s'intraprende il viaggio iniziatico in questo nuovo mondo chiamato Living cinema.
Lo spettacolo
La casa è serenità, libertà, unione, amore, ma è anche specchio che riflette il mondo e diventa pretesto per raccontare della crisi, della guerra, dell'inquinamento, del disastro delle Torri gemelle.
E d’un tratto quell’apparente serenità, disegnata dal suono di un carillon, dal cinguettio degli uccelli, da un’atmosfera che infonde una pace interiore, diviene angoscia esistenziale. Poi caos.
Immagini, suoni e oggetti, clichè della società odierna, già visti, già sentiti, già vissuti, che appartengono alla nostra memoria, vengono sovrapposti, scomposti, mescolati e raccontano la storia. La storia di un gioco incredibilmente avvincente. E già perché sembrano proprio due bimbi che giocano, Bob Ostertag e Pierre Hébert, nel loro spettacolo.
Uno compositore, musicista e artista multimediale, l’altro inventore della live scratch animation, insieme per regalare al pubblico una vera sorpresa.
Cinema e teatro. L’uno dentro l’altro. Due esperienze da vivere contemporaneamente, in una perenne sospensione tra l’essere e il divenire. Gli oggetti escono dalla loro funzione comune e vengono esasperati nella loro forma diventando qualcosa di altro da se. Anche il suono subisce questo processo. Si scompone, si decompone e si trasforma.
Ed essere partecipi di questa trasformazione e di questa transazione - che avviene nel momento in cui tutto passa dal palcoscenico al video - è quello che rende lo spettacolo qualcosa di unico. E’ il Living Cinema che è qualcosa di unico di per se. Non solo perché è un genere che da poco tempo sta calcando le scene del panorama artistico, ma anche perché è frutto dell’improvvisazione e ogni volta è assistere a qualcosa di sempre originale.
Una casa giocattolo è la protagonista della scena. E’ lì su un tavolo. E’ una telecamera a catturarne l’immagine, e un video proiettore a ridisegnarla ingrandita sulla parete alle spalle degli artisti, che intanto giocano con un mix che rielabora e riproduce suoni, con supporti su cui disegnano parti del loro film, manipolando nel frattempo oggetti, foto, filmati, pupazzi e i più svariati giocattoli, quasi come fossero due marionettisti.
Quella che raccontano è una storia che il pubblico conosce e che in effetti rivive, in modo ancora una volta drammatico, angosciante, depistante. E’ la storia dei nostri giorni. Di quello che abbiamo vissuto e viviamo.
Hébert e Ostertag conducono il pubblico dentro la casa, nel cuore pulsante della vita. L’iniziale atmosfera spensierata, dettata da suoni dolci, come quello del carillon, da suoni allegri come il gioioso starnazzare di una paperella, dall’immagine luminosa di un allegra casetta di campagna e dai disegni degli uccelli che volano nell’aere sereno, d’un tratto cominciano a lasciare spazio a un incedere di situazioni man mano sempre più angosciose. E’ un climax di emozioni che fa perdere la cognizione dello spazio e del tempo. E ci si ritrova tutti dentro al film. I clichè in cui ci intrappola la società diventano ossessivi, fino ad essere insopportabili. Denaro, denaro, denaro. Le prime pagine dei giornali scorrono, alternandosi ai tarocchi, e raccontano della crisi finanziaria. La pace cede il posto al caos. I suoni diventano forti e confusi. Le immagini sono convulse, spasmodiche. Si avverte d’un tratto una vibrazione fortissima attraverso un rumore, così denso che sembra quasi di percepirlo fisicamente. Si vedono palazzi crollare. Gente che si butta dalle finestre. Prima stilizzati nei disegni di Hébert, poi riconoscibili. Sono uomini e donne intrappolati in un turbinio senza fine. Si ode in lontananza la sirena dei vigili del fuoco. Tornano subito alla mente le scene dell’attacco alle Twin Towers e al recente terremoto in Abruzzo. Ed è subito angoscia, confusione e paura. I ricordi intanto si accavallano. Ritornano più crudeli e più lucidi di prima. Sono le urla di un bambino, racchiuse in un pianto straziante, intenso, in cui è custodito il dolore di ciò che è stato. E’ lui, quel bambino, simbolo immediato e tangibile della vita, a disegnare il cerchio che si stringe nei suoi due estremi eros e thanatos, in cui converge la comune esperienza umana.






















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