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INTERVENTIFioroni: perchè sul federalismo abbiamo scelto il dialogo

• 30 gennaio 2009 17:39

Nei giorni scorsi il Senato ha vissuto uno dei passaggi più importanti dell’attuale legislatura. Da un lato, perché ha licenziato la riforma del Federalismo fiscale che darà il via ad un profondo mutamento dell’attuale impianto istituzionale, con conseguenze dirette rispetto ai cittadini, alle imprese e alle istituzioni locali. Dall’altro lato, perché il testo approvato è stato il punto di arrivo di un percorso caratterizzato, per la prima volta, da un confronto reale e dialettico tra maggioranza e opposizione…
Per questo abbiamo scelto di tenere a questo proposito un atteggiamento propositivo e costruttivo, lavorando sui contenuti. Molte delle proposte avanzate dal Partito Democratico sono state recepite ed il testo originario è stato completamente capovolto. In questo modo il Pd ha dimostrato di avere la responsabilità di una forza di Governo e le capacità di un grande partito riformista.
Con il suo ruolo propositivo il PD non ha tradito chi si aspetta anche dall’opposizione una “politica del fare” e ha dato seguito alla volontà di quei dieci milioni di cittadini italiani che nel 2001 hanno votato la riforma del Titolo V della Costituzione e che ne attendono l’attuazione.
Abbiamo smentito in un solo colpo chi, da un lato, parla di un’opposizione facinorosa, con la quale è inutile dialogare. Ma anche chi, dall’altro, accusa il Pd di collaborazionismo e “inciucio”: fosse stato per costoro, oggi avremmo una riforma scritta da alcune regioni del Paese contro altre, che avrebbe creato due “Italie” contrapposte facendo scontare a milioni di cittadini costi più alti e servizi peggiori.
Ci siamo impegnati per far respingere l’idea di un Federalismo che riduce il grado di coesione nazionale scatenando l’egoismo territoriale, che abbassa i livelli di welfare redistribuendo in modo distorto le risorse fra le diverse comunità locali. La nostra preoccupazione principale è stata quella di evitare che si affermasse l’assurdo principio secondo il quale, a parità di reddito e di imposta erariale pagata, chi risiede in territori a minore capacità contributiva (come l’Umbria) abbia meno diritti di chi vive in territori più ricchi (come Veneto o Lombardia) oppure sia costretto a subire una maggiore pressione fiscale.
Abbiamo sostenuto la nostra visione del Federalismo: un Federalismo che avvicini i centri decisionali ai cittadini e alle imprese nelle comunità locali, che garantisca più trasparenza e meno sprechi nella gestione della finanza pubblica, che responsabilizzi i vari livelli di governo nell’erogazione dei servizi pubblici secondo standard verificabili, senza aumentare la pressione fiscale. Che dia vita insomma ad uno Stato e ad una Pubblica Amministrazione più efficienti, meno burocratiche e meno costose. Un Federalismo, però, che realizzi tutto questo garantendo al contempo elevati standard quantitativi e qualitativi di welfare, assicurando il principio di eguaglianza dei cittadini indipendentemente dal territorio di residenza.
Rimangono certamente delle zone grigie, sulle quali vigileremo con estrema attenzione.
Innanzitutto è ancora una riforma parziale. Avremmo infatti voluto discutere, insieme al Federalismo, la “Carta delle autonomie” cioè il riordino dei poteri, delle funzioni e delle risorse da assegnare alle Istituzioni locali. Aspettiamo perciò che si apra il confronto anche su questo documento, sul quale abbiamo già formalizzato le nostre proposte.
In secondo luogo, il Ministro Tremonti, alla nostra richiesta di conoscere l’entità dell’impatto della riforma in termini economici e finanziari, ha risposto che non è possibile calcolarlo con precisione, date le troppe variabili in gioco, ma che sarà possibile valutare l’entità di ogni singolo decreto legislativo. Questa risposta non è sufficiente per noi anche perché si collega ad una questione che riteniamo critica: il ruolo del Parlamento nell’attuazione della riforma.
Il Federalismo è, per ovvi motivi, un disegno di legge delega. Dopo l’approvazione perciò sarà il Governo ad emanare una serie di decreti che daranno attuazione alla riforma secondo le indicazioni contenute nel ddl. Avevamo chiesto con insistenza un ruolo primario del Parlamento in questa fase, e una sua maggiore capacità di vigilare e incidere nei confronti dei Governi che si succederanno. Ma la Commissione bicamerale prevista dal ddl non ha poteri adeguati ed è perciò svuotata di significato. Su questo punto non siamo disposti a cambiare idea: la delicatezza del tema non consente un’esclusione del Parlamento.
Infine, ma forse si tratta della più importante questione in sospeso, auspichiamo che lo stesso metodo e quindi lo stesso confronto ci possa essere sul tema della riforma del bicameralismo che comunque è indispensabile per proseguire il percorso di attuazione del titolo V della Costituzione.

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