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CORSA PER LA SEGRETERIA PDProgramma della Mozione Marinelli: Ascoltare e Partecipare. Cantiere Umbria 2030

• 14 agosto 2009 11:13

Una Proposta Ai Cittadini Dell'umbria Di Domani

INTRODUZIONE

Il prossimo Congresso del PD avrà il compito di definire con chiarezza i contorni del partito, la sua identità, chiudendo una fase di transizione che ha bisogno di concludersi con maggiori certezze sia per gli iscritti che per gli elettori. Con il Congresso il PD aprirà una fase del tutto nuova.

Da questo punto di vista, le Primarie devono puntare non solo ad eleggere un Segretario, ma ad allargare la base di consenso del partito. Partecipazione, coinvolgimento, dialogo con la società reale della nostra regione possono contribuire in maniera notevole a recuperare un rapporto non solo con l'elettore, bensì con il cittadino ed i suoi bisogni; un rapporto che va saputo mantenere centrale nel tempo; rapporto indice della qualità dell'azione politica. Da ciò nasce l'esigenza della partecipazione. E da ciò nasce l'esigenza di costruire un partito aperto, in grado di rendere protagonisti da un lato gli iscritti nei circoli, dall'altro le forze che si rendono, per simpatia politica o per impegno civile, disponibili a collaborare con le proprie competenze ed i propri saperi.

LE FORMULE PER UN PARTITO APERTO

Il protagonismo degli iscritti si realizza solo attraverso una loro responsabilizzazione: occorre avere il CORAGGIO di far discutere e far scegliere ai circoli anche su questioni importanti che riguardano il Partito e la sua politica. Il rapporto con la "base" è recuperabile soltanto con un'attribuzione non formale di sovranità. La democrazia non ama la timidezza; i democratici, innanzitutto, sono coraggiosi per come prendono le decisioni.

Il protagonismo degli iscritti non basta a fare un partito aperto. Il PD deve, infatti, trarre vantaggio da una partecipazione flessibile, come flessibile è il mondo contemporaneo; una partecipazione animata da persone politicamente appassionate e con spiccato senso civico che non necessariamente trovano nella tessera il riconoscimento consono alle proprie aspettative e alla loro volontà di impegno. Un PD, dunque, in grado di accrescere in maniera progressiva il know how indispensabile all'analisi ed al governo di una società complessa. Per aumentare il "Capitale di Sapere" ed aumentare così l'incisività politica, il PD potrebbe dotarsi di Dipartimenti tematici. Questi possono divenire il luogo della partecipazione ampia, dell'acquisizione di nuove competenze e conoscenze, luogo di incontro, scambio, crescita, relazione. Il PD può e deve aumentare il proprio "Capitale sociale". Agli organismi dirigenti spetterà la sintesi ultima e la decisione.

Valorizzazione dell'intelligenza collettiva ed orizzontalità del lavoro hanno poi la necessità di coniugarsi con una dimensione verticale bi-direzionale della comunicazione. Una proposta o una decisione politica è democratica se lo è nella forma ancor prima che nella sostanza.

Se non sono i cittadini ad andare al Partito Democratico, sarà il Partito Democratico ad andare da loro. Proponiamo di organizzare moduli e pratiche di riconnessione della politica al territorio e a chi lo abita, attraverso, ad esempio, Assemblee aperte nelle quali sperimentare una sorta di processo deliberativo riguardo a temi e problemi sentiti dalla popolazione locale. Una pratica messa in atto in altre realtà europee con notevole successo.

Il PD, rianimando l'originalità della sua spinta progettuale iniziale, deve rinnovare i metodi, prima degli esiti della politica. Un partito che nei metodi costituisce una parte importante del suo patrimonio identitario; un partito plurale, un partito-società, dove gli interessi vengono rappresentati e composti sulla base delle sensibilità contingenti e non sulle appartenenze politiche passate. Un partito dove la sintesi non lascia spazi ad ambiguità. Un partito dalle idee chiare, dalle proposte comprensibili e coerenti. Un partito che ascolta prima di parlare, e quando parla lo fa con una sola voce. Un partito trasparente, capace di rivolgersi con nettezza ad un elettorato impaurito, rassicurato da una destra demagogica e populista.

"Il Partito democratico deve stare vicino alla gente" è una frase da considerarsi impropria: il PD è fatto dalla gente, da donne e uomini, ognuno con la sua storia, la sua esperienza, la sua biografia personale. Nel PD ci sono le professioni, le generazioni, le culture di un Paese e di una regione ricca di diversità. Il PD non ha una classe dirigente di politicanti e non vive di politicismi. Perciò, è anche partendo dal linguaggio che si riduce la distanza- reale o percepita che sia- tra il Partito e la comunità in cui questo lavora.

DEMOCRATICI PER LA DEMOCRAZIA

Purtroppo in Italia continua l'emergenza democratica, e continua anche in Umbria. La crisi della rappresentanza e, più in particolare, delle Assemblee elettive è fenomeno ormai abbastanza noto. Il PD è nato per risollevare le sorti di una democrazia malata. In primo luogo, è fondamentale riconsiderare le funzioni di rappresentanza su base territoriale. I bisogni di oggi possono davvero essere rappresentati solo ed esclusivamente (o quasi) su tale base? Chiaramente no: è urgente reperire e condividere nel partito modelli di rappresentanza delle istanze su piani diversi, e ciò vale tanto per le Assemblee elettive, quanto per gli organismi dirigenti del PD. Non significa abbandonare il territorio, significa ipotizzare anche nuove gerarchie di rappresentanza e rappresentatività, nell'ottica di una maggiore comprensione ed integrazione delle istanze diffuse, sempre più trasversali ed extra- territoriali.

Oltremodo utile alle nostre ambizioni di governo è, senza ombra di dubbio, un rinnovato  impegno nell'analisi dei fenomeni profondi, che scavano carsicamente gli aggregati sociali, economici e produttivi; fenomeni che rischiano spesso di non essere compresi in tempo per intervenire adeguatamente. Un partito, quindi, che faccia analisi ed elaborazione, che sia radicato nel territorio ma soprattutto nella società. Un partito che torni ad investire sulla sensibilizzazione dei cittadini, rilanciando gli strumenti di campagne tematiche per qualificare l'offerta culturale insieme a quella politica.

Un partito così cosciente delle patologie della nostra democrazia da lavorare per cementificare un nuovo "Patto sociale". Troppe e troppo pericolose sono le conflittualità emergenti: la competizione tra il giovane precario e l'immigrato sulla soglia dell'indigenza corre il rischio di configurare una lotta tra poveri difficilmente componibile dalla politica, o meglio, da questa politica. La frustrazione di una giovane coppia di laureati che vivono la fine del mese con il fiato sospeso ha bisogno di trovare soluzione.

Inoltre, gli anni del neoliberismo sfrenato e della corsa al profitto finanziario hanno determinato disuguaglianze crescenti e sempre più inaccettabili. Riconosciuta valida la premessa, il PD deve aprire una stagione di Politiche  di Cittadinanza, perché in crisi è l'equilibrio tra Libertà ed Uguaglianza. Si può essere liberi solo se si è uguali, ed oggi gli spazi della libertà non sembrano crescere, ma addirittura diminuire. E' fondamentale, dunque, allargare i Diritti e renderli effettivi, esercitabili sulla base delle esigenze delle singole persone.

Tornare a dare alla Persona la centralità che merita è priorità nevralgica: i motori di senso dell'ultimo ventennio sono stati Dio ed il Mercato, ora devono essere le persone con i loro bisogni. Il denaro deve tornare al servizio dell'Uomo e non del Mercato. La politica del Pd deve puntare alla diffusione del benessere sociale.

In sintesi, la crisi economica globale aggredisce e morde anche la nostra democrazia, già da tempo sofferente. Il riassetto istituzionale va perciò perseguito anche nei contesti regionali e locali. Per cambiare il modo di governare occorre cambiare le strumentazioni di governo.

Il modello di democrazia fino ad oggi conosciuto sta rapidamente tramontando; il PD deve essere quel partito capace di illuminare le coscienze, interpretando questa difficile fase come un'opportunità per rinvigorire e riammodernare la democrazia, intesa non solo quale formula di governo, ma come insieme di valori che coagulano una comunità vasta. E'allora imprescindibile che il PD, partito del progressismo maturo, svolga con decisione il ruolo di forza emancipatrice della "Persona Umana", recuperando fino in fondo la vena "movimentista" della democrazia: Il PD ritrova se stesso se sa imporsi come il soggetto politico che lotta quotidianamente contro disuguaglianze ed ingiustizie sociali, che apre spazi di libertà individuale e collettiva e che opera, con la medesima coerenza, tanto nella società, quanto nelle istituzioni.

UN' ALTRA ECONOMIA PER UN ALTRO SVILUPPO

La crisi economica determina un ripensamento di portata pregnante dell'economia, delle sue strutture e delle sue funzioni. Anche in Umbria, regione che ha tutte le potenzialità per uscire in buona salute da questo periodo di transizione, va ripensato il concetto di Sviluppo: il PD non può attardarsi sulla via dell'innovazione degli approcci all' "altra economia", già in divenire con i grandi mutamenti della realtà corrente.

Incentivare lo "Sviluppo Etico", la responsabilità sociale delle imprese- la quale è in grado di apportare un importante valore aggiunto nel territorio- implementare quella "green economy", che supera intrinsecamente la concezione dello "sviluppo sostenibile", dovrà costituire la cifra della nuova riflessione politica del PD sui temi dell'economia e dello sviluppo.

Il radicale cambiamento degli stili di vita consumistici fin ora conosciuti è ormai alle porte. Se la politica arriva tardi lascerà un vuoto di direzione particolarmente pericoloso. Il PD è l'unica forza in grado di produrre un salto di qualità nell'interpretazione e nella guida dei processi che stanno per investire le nostre comunità: tenere la barra del timone diritta per uscire dalla tempesta e navigare a vele spiegate verso una società migliore è possibile. La responsabilità di lasciarci andare alla deriva non è mai gravata tanto sulle nostre spalle come oggi.

Il binomio Sviluppo e Ambiente si compatta solo alimentando una vera concorrenza di imprese che lavorano su tale settore; concorrenza di cui ancora siamo oggettivamente mancanti. Le imprese che producono qualità ambientale, infatti, vanno strategicamente aiutate per rendere pronta l'Umbria ad affrontare le sfide che gli si presenteranno davanti di qui a pochi anni. La nostra regione vanta delle eccellenze in materia di energia rinnovabile; tanto ancora potrebbe fare se la priorità delle energie alternative divenisse la marca identificatrice di una vocazione territoriale, di una filiera sostenibile, capace di proporsi sul mercato con un peso specifico di una qualità scaturita da innovazioni di sistema.

L'Italia è un Paese a forte disuguaglianza sociale. L'Umbria è una delle regioni dove le disuguaglianze hanno un impatto minore. Resta comunque fondamentale reimpostare le politiche di ridistribuzione della ricchezza, legandole alla considerazione delle nuove povertà, delle nuove emarginazioni sociali e delle nuove sacche di disagio, sopravvenute con le contraddizioni di un XXI secolo non sempre compreso a pieno.

Sotto tale aspetto, è pacifico ritenere che la valutazione del benessere non può identificarsi meramente nell'indice numerico del Prodotto Interno Lordo. Se l' Umbria intende misurarsi con la sfida di costruire una società più equa e più giusta, dove il benessere non si sovrappone esclusivamente al denaro ed alle potenzialità di rendite e profitti, ha l'urgenza di utilizzare anche indici alternativi, come sostengono molti economisti di fama mondiale. Sulla base dei nuovi indici di benessere risulterebbe più immediata la comprensione degli eventuali punti critici, più facile sarebbe -quindi- decidere gli investimenti e la pianificazione armonica dello sviluppo territoriale.

La nostra regione vanta poi un patrimonio per nulla trascurabile: il patrimonio rurale, il quale non costituisce soltanto il perno dell'economia agricola, ma il valore aggiunto di una rete di filiere produttive inerenti settori disparati: dal turismo a quell' agroalimentare che, oltre a produrre qualità, conserva la biodiversità presente nei territori, contribuendo a mantenere salde le radici di un'identità e di una cultura minacciate dalle violenze della globalizzazione. Un maggior impegno in merito alla soft economy potrebbe, allora, risultare per l'Umbria alquanto salutare sotto svariati e molteplici punti di vista.

Inoltre, una generale revisione del sistema delle imprese e dei loro bisogni (in specie in alcune aree critiche) e l' internazionalizzazione dell'Umbria emergono come altre due imprescindibili priorità su cui impegnarsi a breve termine.

Ma l'economia odierna ha pure un'altra esigenza capitale: la Cultura. Pure se pare scontato sottolinearlo, l'Economia della Conoscenza necessita di investimenti nella formazione, nella ricerca e nei saperi. Nelle regioni europee nelle quali questo investimento è stato compiuto si è realizzata non solo una società più ricca, ma una società più coesa, fattore non secondario della qualità del vivere e della cultura democratica.

In Umbria le Università possono molto, se non lasciate sole: è urgente che il PD ritorni ad avere una politica decisa, omogenea e convincente per l'Università e per i settori della formazione alta; una politica legata al territorio e alle sue peculiarità, connessa alla visione del sistema dei  servizi ed alle particolari vocazioni dei filoni di sviluppo economico locale. La crisi degli Atenei umbri è relativa all'attiva di ricerca assai più che all'attività di insegnamento. Un'Università generatrice di ricchezza, volano di uno sviluppo del territorio, punto avanzato pure di attrazione esterna, pretende una governance rinnovata. I soggetti produttori di Sapere e Cultura non vanno solo riconnessi in modalità più funzionali alle esigenze dei fruitori di oggi, ma alle forze economiche e di mercato. Le risorse di banche e di altri investitori privati, sotto l'egida di una governance pubblica tesa a soddisfare gli interessi generali sul lungo periodo, possono contribuire in senso determinante ad innalzare un tasso di sviluppo e di ricchezza intonato ai tempi e alle scelte europee, da molto tempo ripetute nella retorica di tutti i giorni e mai applicate.

Scommettere su ricerca e cultura, dunque. E scommettere sulla tecnologia. Non è procrastinabile la lotta al "digital divide" ed al basso tenore di accesso alla rete: copertura di banda larga in tutte le più grandi città umbre è la proposta che avanziamo per migliorare il presente e per attendere, con strumenti adeguati, il prossimo futuro.

CITTADINI DEL NOSTRO TEMPO

Usare la Cittadinanza come linea guida della proposta politica permette di toccare molteplici universi, a partire dal Lavoro. Lotta serrata al precariato, realizzando strumenti di "flexsecurity", investimenti su formazione permanente, salario minimo garantito, accesso al credito, riconfigurazione dei criteri di fruibilità degli ammortizzatori sociali, attenzione alle nuove identità del lavoro, alle nuove malattie professionali...e questi sono solo alcuni dei punti cardine da approfondire e sui quali spendere le più vigorose energie politiche.

I dati sulla disoccupazione in Umbria, in particolare giovanile e ad alta scolarizzazione, non sono rassicuranti: nuove politiche sull'inserimento nel mercato del lavoro, seguendo l'esempio tedesco e scandinavo, appaiono l'unica scelta concreta ed efficace da perseguire.

La cosiddetta "centralità del lavoro" è una formula retorica abbastanza vuota, se non accompagnata dalla presa di coscienza della crisi del Lavoro su un piano sociale, oltre che economico e produttivo. Bisogna recuperare il valore sociale del Lavoro per recuperare la sua dignità.

Lo sfruttamento del lavoro, in questi anni, ha purtroppo assunto forme variegate e sfuggenti. E'sfruttato il lavoro quando è sottopagato ed è sfruttato il lavoro quando frustra il grado di conoscenze e competenze del lavoratore. Non è libera una società in cui la propria scelta formativa quasi mai concilia con la scelta (spesso obbligata) professionale. Le statistiche indicano questa discrasia in tutto il territorio nazionale. L'Umbria pare di certo essere più fornita di risorse per provvedere ad una situazione che, in termini di disagio esistenziale personale, raggiunge a volte punte lesive della dignità della persona, prima che del lavoratore. Anche la nostra regione deve quindi far fronte ad una situazione che è già emergenza. Per molti giovani, ahimè, l'emergenza rischia di accompagnarli per l'intera vita. Al PD spetta di promuovere una stagione di nuovi diritti dei lavoratori, creando le premesse per un'ampia e rinnovata Cittadinanza del Lavoro, tesa a soddisfare  le esigenze del lavoratore in quanto persona.

Di politiche di Cittadinanza v' è poi bisogno per sostenere attivamente le pari opportunità, per migliorare l'organizzazione dei ritmi di vita dei nuclei familiari contemporanei, per promuovere le potenzialità ed i talenti dei singoli.

Liberare la risorsa donna passa per allargare il campo dei suoi diritti. Una società che si definisce democratica, ed è ancora in buona sostanza maschilista, può trasformarsi a partire solo dai diritti riconosciuti. Anche nella politica e pure nel PD c'è bisogno di maggior protagonismo femminile. Non bastano, però, solo i numeri per colorare di rosa gli organismi dirigenti. La secolare cultura politica di cui siamo figli ha connotato il potere e la sua rappresentazione con atavici tratti maschilisti. Questo significa che il vero protagonismo femminile lo si raggiunge stimolando una transizione culturale capace di liberare la risorsa donna con l'intero bagaglio delle sue peculiarità.

Le forme del potere e della politica non cambiano sesso, ma la valorizzazione della diversità dei generi  può migliorare i contesti in cui politica e potere operano.

In generale, il PD deve registrare con chiarezza il bisogno diffuso di allargare e ricalibrare i diritti in conformità alle esigenze di un nuovo Welfare, in conformità a politiche sociali che devono essere articolate sulla frammentazione delle istanze sociali intervenuta con le contraddizioni del post-moderno.

Un Welfare il cui baricentro è la persona, la sua promozione e la sua tutela. L'impianto familistico del vecchio Stato sociale non va bene per l'Italia e non va bene per un' Umbria moderna. Semmai, occorre rimodulare il Welfare in senso laico, accentuandone le potenzialità che può esprimere per la visione complessiva dello sviluppo regionale. In tale quadro, mantenere le caratteristiche assistenziali concentrate sull'individuo come metro e parametro del servizio, consente di promuovere un'efficace discontinuità culturale con esperienze di Welfare ormai superate.

Al mutare radicale dei ritmi di vita, anche il Welfare deve trarre le conseguenze che ne discendono. Il PD non può rinunciare ad una riflessione approfondita su come la Persona vive oggi il suo tempo. Welfare e politiche sociali hanno la necessità di prendere in considerazione da un lato i cambiamenti dell'organizzazione della vita quotidiana e, dall'altro, i cambiamenti nella scansione delle età. Un nuovo Welfare e più Cittadinanza per favorire l'ottimizzazione dei tempi di una famiglia dei nostri giorni e per seguire da vicino lo svolgersi delle fasi della vita di ogni singolo individuo: insomma, un welfare armonico e coerente dall'infanzia alla terza età. Esempi concreti? Più politiche per migliorare i servizi di scuole ed asili, più investimenti in politiche dell'invecchiamento attivo.

Una battaglia di Cittadinanza ed, in particolare, una battaglia di civiltà va condotta anche riguardo alle barriere ed agli ostacoli, non solo materiali, che affrontano ogni giorno i disabili.

L'Umbria può puntare a divenire una regione modello nel settore dei "servizi alla persona"; le risorse e gli investimenti in ambito sociale debbono però divenire politicamente prioritari.

Infine, politiche della Cittadinanza locale per costruire più Cittadinanza europea.

Cittadinanza declinata, in ultima analisi, come spazio di solidarietà. In una società oggettivamente egoista, il ruolo del PD nel rilanciare la solidarietà può risultare determinante. La solidarietà non va ricercata, però, in politiche sporadiche, ma in investimenti strutturali in grado di costruire un sistema integrato di servizi di assistenza, inserimento e promozione della persona. Solidarietà come qualità del vivere nelle comunità locali. Solidarietà come parte della risposta alla richiesta di sicurezza posta dai cittadini. L'altra parte del problema, infatti, trova semmai soluzione nel rispetto della legalità: in Umbria c'è forse da preoccuparsi in maggior misura delle infiltrazioni mafiose all'interno del nostro tessuto economico-produttivo e finanziario, piuttosto che dell'incidenza degli scippi urbani, piaga comunque da estirpare attraverso un più coordinato impiego delle forze dell'ordine.

Le politiche della Cittadinanza, in conclusione, potrebbero rappresentare una delle chiavi di volta anche di un'annosa questione regionale: l'invecchiamento demografico. In questo senso, una politica dei diritti per le giovani coppie (dal rilancio delle politiche per la casa- affitti in particolar modo- al riconoscimento legale delle convivenze) darebbe una scossa senz'altro positiva alla tanto frustrata fiducia nel futuro; fiducia che i giovani coltivano purtroppo assai poco. Ma in Umbria serve pure attrarre nuove forze e competenze. L'Umbria deve mettersi in grado di mantenere le giovani intelligenze che già ha e deve mettersi in condizioni di importarne altre.

I GIOVANI SONO IL PRESENTE

In Italia si è da tempo aperta una vera e propria questione generazionale, che purtroppo non sempre è segnata tra i primi punti dell'agenda politica nazionale e regionale. Il PD umbro, fuori da ogni strumentalizzazione, ha l'obbligo morale e politico di disegnare uno scenario di speranza per i giovani, orfani di futuro e spesso- paradossalmente- mantenuti nel presente dai risparmi dei propri genitori.

Il PD deve avviare una battaglia di emancipazione delle giovani generazioni. Liberalizzare la società prima di liberalizzare l'economia favorisce l'emersione di una "classe creativa"ad oggi tragicamente inespressa.

Il Merito, allora, deve essere concepito come lo strumento primario della mobilità sociale: togliere terreno al cinico clientelismo, decostruire il devastante corporativismo dal quale siamo da sempre afflitti, abbattere le barriere asfissianti delle gerontocrazia è una battaglia che il PD può vincere solo usando il merito come arma di aggressione. Ma per proporre il merito nella società occorre essere credibili; occorre in primo luogo praticarlo nel partito, incentivando la contendibilità delle cariche e favorendo il rinnovamento attraverso una sana e leale conflittualità.

Merito per dare speranze alle giovani generazioni, merito per dare le stesse possibilità al figlio dell'operaio come al figlio del notaio, merito per eliminare anche nell'ambito politico la cooptazione, perniciosa, in fin dei conti, per il cooptato e per il cooptatore, ma soprattutto per la salvaguardia di un interesse generale e di una democrazia che  deve contemporaneamente vivere dentro e fuori dai partiti.

Il merito rappresenta la più efficace leva della competitività di un sistema sociale ed economico.

IL CAMPO DELLA LAICITA'

Laicità come recupero dell'autonomia della politica da ogni confessionalismo ed ideologica falsa coscienza. Laicità da proporre alla società come metro di rispetto nelle relazioni sociali ed istituzionali. Laicità come modus vivendi in una società ormai gonfia di diversità.

Proporre la laicità alla società ed essere credibili, passa per proporre la laicità come metodo pure nel PD: la laicità è categoria indispensabile ad un partito plurale; un partito che non si usa ma si vive anche per accrescere la propria ricchezza umana.

IL PD E LA CULTURA DI GOVERNO

Il cambio di paradigma impostosi con la crisi economica introduce la necessità di rivedere il rapporto tra il ruolo del partito e l' Amministrazione. In estrema sintesi, occorre rifunzionalizzare i compititi di visione strategica del primo e riorganizzare i modus operandi della seconda. Dall'autoreferenzialità dimostrata in questi mesi, il PD può uscirne soltanto con la capacità di immaginare e progettare una realtà su lungo termine. Così, se alla politica spetta la visione, finora appannata dall'autoreferenzialità sopraccitata e dalla relativa incapacità di modulare sintesi di ampio respiro, all'Amministrazione spetta la missione.

La strada per raggiungere gli obiettivi è però mutata al mutare rapido delle strutture economiche globali, al mutare conseguente degli assetti organizzativi del lavoro, al mutare conseguente delle forme della società. Ad oggi, la governance non è una scelta, bensì una necessità. Non basta un modello di governance "fredda", simile, in qualche maniera, ad una sorta di concertazione allargata. Il modello che segna un'efficace discontinuità intende la governance come effettiva responsabilizzazione dei soggetti coinvolti, sia in termini decisionali, sia in termini di divisioni di costi ed eventuali guadagni, da intendersi in senso lato.

Tenendo fermo l'interesse generale, le amministrazioni hanno dato prova di tentativi virtuosi, che, nel contesto attuale, debbono divenire prassi e consuetudini concrete di ordinaria gestione. La scarsità delle risorse obbliga a ripensare alle strade da percorrere, non alle mete da raggiungere. L'avanzamento del privato sociale, nonchè una vivace e regolata interpretazione della sussidiarietà orizzontale sono alcuni perni sui quali far ruotare l'innovazione metodologica in ambito amministrativo, istituzionale e politico.

Sulla carta, la chanche del federalismo ha potenzialità positive, che potrebbero aiutare a consolidare processi di indirizzo e gestione politico-amministrativa sostanzialmente innovativi e di certo più efficaci, rispetto a modelli già considerabili, tutto sommato, superati.

La partecipazione deve diventare una delle cifre che più contraddistingue il processo decisionale, in specie locale. La riforma della pubblica amministrazione, pur nella complessità della sua articolazione, ha la necessità di badare ad innovazioni coraggiose, capaci di stimolare quel "Capitale sociale" di cui la nostra terra è ricca. Un "Capitale sociale" abbondante non sempre messo a frutto; un potenziale da esprimere e sviluppare quanto meglio e quanto prima.

IL NUOVO PROGRESSISMO

Se il PD vuole trovare il suo compimento di identità progettuale ha bisogno di dotarsi di una nuova cultura. La crisi spalanca delle praterie che non possiamo lasciare alle destre. La realtà già da sola ha in buona parte anticipato dei cambiamenti epocali, che la politica, la nostra politica, non può rinunciare a guidare con rinnovato spirito e rinnovato impegno. La  nuova cultura progressista deve affermarsi in Umbria, in Italia, in Europa e nel mondo. Per mezzo di essa anche la medesima "vocazione maggioritaria" del nostro partito può trovare sbocco concreto. Tale "vocazione" va interpretata come "egemonia culturale", come capacità di questa forza politica democratica a porsi quale punto di riferimento dinamico in una società attualmente immobile, creando naturalmente le condizioni per divenire la locomotiva di aggregati politici più ampi.

Questa considerazione porta inevitabilmente a ritenere che costruire una fetta consistente di identità di partito su una strategia di alleanze non ha molto senso. Il primo passo da compiere è definire chi siamo e chi vogliamo essere, poi elaborare un progetto in grado di riflettere una cultura alternativa, successivamente stilare un programma e, sulla base di quello, decidere la politica delle alleanze. Semplice, ma lineare e nitido come ci chiedono di fare gli elettori. Insomma, meno tatticismo e più politica.

Urge, dato quanto detto, un "pensiero lungo" che accompagni il nostro cammino. Serve una nuova spinta propulsiva per tradurlo in un profilo politico vincente; serve una nuova classe dirigente. L' ultima tornata elettorale ci dimostra che investire sulle giovani risorse premia. Molti sono ormai i dirigenti cresciuti nel vivaio politico coltivato in questi anni. E molti di loro sono ormai pronti ad assumere sulle proprie spalle il peso delle responsabilità. Il PD è nato presentandosi come il partito di chi nel 2020 avrà venti anni. Se la coerenza è un valore, se la coerenza è l'anima della credibilità, allora il rinnovamento va praticato senza indugio. E'chiaro, però, che occorre inserirlo nei criteri selettivi del merito, altrimenti, se fine a se stesso, rischia di produrre più danni che benefici.

Uno degli obiettivi che una classe dirigente non può fallire è quello di preparare la classe dirigente successiva. Il PD non può relegare a funzione secondaria la formazione politica: investire sulla formazione di dirigenti politici ed amministratori pagherà il partito nel presente e nel futuro. I cittadini valutano in maniera assai accorta la qualità degli amministratori e dei dirigenti politici: noi democratici dobbiamo attrezzarci per fornirla con la serietà e la costanza che ci contraddistingue.

Gli inglesi hanno almeno due termini per definire la politica: "policy" e "politic". Al primo appartiene l'ambito della proposta, della discussione, della partecipazione, dell'intervento materiale sui problemi riscontrati. Con il secondo, definiscono il sistema di relazioni interne alla politica ed ad un partito, le logiche tipiche dell'apparato, il posizionamento della classe dirigente. Il PD ha bisogno di più "policy" e meno "politic", se decide, una volta per tutte, di recidere le funi dell'autoreferenzialità.

Abbiamo bisogno di un PD da far palpitare tra le pieghe delle passioni umane. Abbiamo bisogno di un PD che ci lanci negli spazi infiniti di sogni reali.


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