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POLITICA UNDER '40Le mie (modeste) riflessioni sul Congresso. I motivi del mio impegno per Franceschini. Di Federico Locchi

• 18 agosto 2009 11:34

Con l'avvicinarsi della stagione congressuale del Partito Democratico, sento il bisogno di scrivere alcune riflessioni, del tutto personali, sul percorso che il nostro partito sta intraprendendo, sulle scelte politiche fatte e su quelle che dovremo fare per il prossimo periodo. Il miglior modo per iniziare una riflessione è, a mio avviso, quello di porsi in maniera critica, attraverso i giusti interrogativi, su quanto avvenuto negli ultimi mesi di vita del PD, e sull'azione politica dell'intero gruppo dirigente, sia nazionale sia locale.

L'azione politica della segreteria Veltroni, iniziata con il "fulminante" discorso del Lingotto, si è man mano ingolfata nel chiacchiericcio e nell'indeterminatezza. Confusione mediatica, scelte imprecise e intempestive, brucianti sconfitte elettorali in sardegna e abruzzo hanno portato ad uno sfilacciamento dei rapporti all'interno del partito, che si sono abbattuti sull'autorevolezza della segreteria nazionale. Il caro Walter Veltroni, da vero gentleman della politica italiana, cosciente dell'impossibilità di andare avanti nel suo lavoro, ha preferito rassegnare le dimissioni con l'obiettivo, in parte ottenuto, di placare gli animi in vista delle elezioni regionali.

Fatto questa, seppur parziale, cronaca dei fatti la domanda che ci si dove porre è la seguente: possiamo abbandonare di punto in bianco il progetto del partito nuovo, riformista e moderno del Lingotto? Possiamo permetterci una inversione a U così tanto netta? Dobbiamo abbandonare una volta per tutte il sogno di costruire un partito libero, forte e moderno, che sappia rendere finalmente maggioritario il riformismo in questo nostro sfortunato paese? La mia risposta è NO, e proverò ad argomentarlo in queste pochissime righe.

Come segretario di un piccolissimo circolo del Trasimeno, dal punto di vista politico-organizzativo, ho trovato due problematiche principali su cui il congresso farebbe bene ad intervenire. La prima questione è la scarsa attività politica nel territorio, con i circoli che non sono riusciti, tranne rari casi, ad organizzare un'attività democratica costante, sia tra i propri aderenti sia con i cittadini stessi. Definirei questo aspetto come un problema di rappresentanza dei circoli che, specialmente nei piccoli centri abitati, faticano a diventare il centro della discussione politica della comunità poiché sovrastati, in termini di attrattiva e interesse, dalle varie forme di associazionismo presenti nelle nostre fazioni, come le Pro Loco e le Sportive. Il secondo aspetto problematico riscontrato nella vita democratica interna al PD è la mancanza di comunicazione e di reciprocità tra i vari livelli del Partito, con l'effetto perverso di una discussione scollegata, non uniforme, che manca due obiettivi fondamentali: la capacità di affrontare in maniera organica e complessiva un qualsiasi argomento di interesse pubblico, senza quindi riuscire a dare risposte concrete ed esaustive all'opinione pubblica, e la totale incapacità di fare sintesi tra le varie anime del partito. Tutto questo porta ad una vera e propria sclerotizzazione della discussione del partito che, nei fatti, appare agli occhi dei cittadini come una massa informe di singole opinioni portate avanti, in maniera del tutto scollegata e autoreferenziale, dai capicorrente che, avendo in mano solo il proprio piccolo pezzo di potere, non rappresentano niente se non se stessi e i propri piccoli interessi di bottega.

Un partito siffatto non può pretendere né di costruire un proprio blocco sociale di riferimento né di rappresentare la maggioranza degli italiani (a proposito di vocazione maggioritaria), bensì, ed è quello che è successo negli ultimi anni, fidelizza a se stesso solo quella parte di cittadini che hanno a che fare con il potere e il clientelismo. Il risultato? Vinciamo dove abbiamo il potere da sempre: le zone centrali dell'Italia (il famoso "partito appenninico"); e facciamo man bassa di voti dove si fanno le clientele: la pubblica amministrazione, le aziende di stato, le cooperative e, in generale, i lavoratori ad alta percentuale di sindacalizzazione. Rappresentiamo in pratica gli italiani che stanno meglio, che sono più sicuri, che si sentono garantiti dal potere. Rappresentiamo quindi il potere, la conservazione, il "cambia tutto per non cambiar niente", l'elite che ce l'ha fatta e che ce la farà. In pratica abbiamo abbandonato a sé stessi, regalandoli a Berlusconi e a Bossi, i poveri, gli emarginati, i disagiati, i precari, i soli, gli anziani e i giovani che, una volta, vedevano nella Sinistra il loro desiderio di riscatto e di ascesa sociale. Questa gente preferisce abbandonarsi alla TV generalista e al suo effetto placebo, capace sia di anestetizzare le loro coscienze critiche sia di estraniare dalla dura realtà, e alla xenofobia verso il diverso (l'immigrato vicino di casa) per sfogare il proprio disagio e la propria rabbia interiore verso un nemico facile da individuare e, quindi, facilmente stigmatizzabile.

La vera domanda che ci dobbiamo porre è: chi vogliamo rappresentare? Dobbiamo ricostruire un nostro blocco sociale. Un grande partito riformista e progressista non si può limitare a clientelismo e voto d'opinione. Per puntare alla vocazione maggioritaria dobbiamo arrivare alla maggioranza dei cittadini, che non sono solo i lettori di Repubblica, gli studenti universitari, i telespettatori del Tg3, i lettori di saggi di attualità, i sindacalisti e i professori liceali. Ma sono anche gli ultimi e i penultimi, quelli che vogliono farcela comunque, anche se abitano in una di quelle famigli disagiate e numerose, spesso monoreddito, di tutte le periferie urbane di questo nostro difficile paese. Abbiamo lasciato a Berlusconi, e al suo pietismo televisivo e familista, una parola che deve tornare a noi, alla nostra idea di società, fatta di riscatto sociale e mobilità verticale. Questa parola è: GIUSTIZIA, e può essere spiegata così: "Noi vogliamo che il figlio dell'operaio possa diventare dottore, come il figlio del dottore che, se meno bravo, deve far spazio a quello più bravo di lui, anche se figlio di operaio."

Per arrivare a questo noi dobbiamo tornare a vincere e per vincere dobbiamo mettere in campo una strategia vincente, corredata da idee programmatiche nuove e incisive, che riescano a caratterizzare al meglio il nostro riformismo progressista. Già ma, quale strategia? E' qui che sta il punto decisivo del congresso.

Una delle questioni principali in discussione sul futuro del PD è senza dubbio la sua forma organizzativa, con la quale strutturare la vita democratica interna degli iscritti e degli elettori. Nei primi mesi di vita del PD si sono teorizzate percorsi assurdi e fuori dalla realtà che hanno fatto perdere un sacco di tempo e ci hanno condotto totalmente fuori strada. Mi riferisco alla diatriba tra il partito solido e quello liquido, tra quello delle sezioni e quello dei gazebo, tra l'idea di un partito costruito sul prototipo del partito movimento-elettori e quello d'impostazione classica basato sull'idea del partito di massa centrato sul ruolo degli iscritti. Non credo si possa fare a meno di quest'ultimi. Da sempre i militanti sono il motore politico-organizzativo di un partito, senza di loro non si tirerebbero avanti le nostre sedi, non si organizzerebbero le feste e le iniziative politiche, per non parlare poi dell'importanza che gli iscritti (quelli veri e impegnati) ricoprono durante lo svolgimento delle campagne elettorali. Il punto vero, però, sta nel ridefinire i confini della partecipazione democratica nel nostro tempo, in altre parole, nel ricalibrare il concetto di militanza con la velocità della vita moderna. Io credo sia prezioso il contributo politico dato da quei cittadini che, dichiarandosi simpatizzanti-elettori, partecipano con le primarie alle più importanti scelte politiche del Partito Democratico (mi riferisco, più in generale, alla famosa "partecipazione ad intermittenza"). Non possiamo permetterci il lusso di dire: "Facciamo da noi, fidatevi!"; la gente non si fida più della politica, è molto più attenta alle proprie esigenze, e vuole partecipare alle decisioni del Partito. Questo è un modo per mettere in pratica un concetto che da tanto tempo sento recitare durante le nostre riunioni: le primarie sono lo strumento più valido per "aprire le porte e le finestre" al nostro elettorato.

Le primarie, pur importanti che siano, rimangono sempre e solo uno strumento stabilito dallo Statuto. Sono un'opzione politica valida con cui delegare la scelta nelle mani degli elettori. Il problema semmai è un altro e risiede nella responsabilità delle classi dirigenti nell'utilizzare questo strumento di partecipazione democratica. I recenti casi in Umbria hanno dimostrato l'inadeguatezza della cultura politica dei nostri dirigenti locali che hanno utilizzato le primarie come strumento con cui risolvere antiche ruggini interne e, così facendo, mettere in atto delle vere e proprie "risoluzione dei conti" tra gruppi di potere. Tanti cittadini sono stati chiamati a partecipare ad un vero e proprio massacro politico che ha avuto una sola vittima: il partito democratico e tutto il centro-sinistra di quei comuni dove sono state sperimentate le primarie per la scelta del candidato sindaco.

Ma il problema non può essere lo strumento, bensì, quello che manca veramente al nostro partito è la cultura democratica, quella cultura che ha portato Hillary Clinton a sostenere Obama alle elezioni presidenziali nonostante la bruciante sconfitta subita nel corso delle primarie. Parafrasando Cavour si può affermare che "abbiamo fatto il Partito Democratico, ora dobbiamo fare i Democratici", rendendo questo partito realmente contendibile, libero dai meccanismi perversi dei gruppi di potere e lontano dalle logiche correntizie.

Per fare questo salto di qualità dobbiamo farci carico di un profondo rinnovamento di tutto il centro-sinistra riformista e progressista. Da questo punto di vista lo slogan potrebbe essere "Mai più l'Unione", mai più "Alleanze contro", mai più "Vincere tanto per vincere". Non credo sia il compito del PD, né tantomeno delle sue giovani generazioni, continuare a garantire il posto da sottosegretario o viceministro a questo o quel rappresentante del nostro elefantiaco ceto politico, non può essere questo l'obiettivo, neanche di breve termine. Noi dobbiamo vincere per governare e cambiare questo paese, non ci possiamo più permettere il lusso, pena la totale sfiducia della nostra gente, di limitarci al controllo politico, magari attraverso l'occupazione sistematica del potere attraverso le nostre nomine, oppure rassegnarci ad una pigra ed inconcludente amministrazione di basso profilo dell'esistente, con riforme necessarie ma non raggiungibili, tentativi vani di cambiamento e frustrazione per quello che si poteva e che, per ragioni di stabilità dell'esecutivo e rapporti di forza all'interno della coalizione, non si è potuto fare.Ed è qui il punto che trovo più qualificante nella candidatura a segretario di Dario Franceschini. Le alleanze si fanno sulla base di un programma da presentare agli elettori. E' sbagliato continuare nella logica delle alleanze a prescindere dal programma. Questo tipo di schema può funzionare al massimo per gli enti locali, dove però il ruolo di leadership, garantita dalla legge, al sindaco o al presidente di regione, garantisce stabilità alla coalizione di governo. Per Palazzo Chigi, però, è diverso, lo abbiamo visto chiaramente nei governi di D'ALEMA, di AMATO e di PRODI. Incapacità decisionale, confusione mediatica e consenso limitato hanno caratterizzato la vita di quei governi. Quando abbiamo avuto successo? Con il governo dell'Ulivo, nel biennio '96-'98, e la sua stagione di cambiamento dovuta all'attuazione di un programma riformista serio, lungimirante ed ambizioso. Ed è proprio qui il punto, dobbiamo costruire una nuova alleanza riformista, che garantisca un governo solido e duraturo del paese e che possa aprire un ciclo nella politica italiana. Con chi? La risposta è semplice: con chi ci vuole stare. Di Pietro, Vendola, Casini, non è questo che conta, conta il programma e l'ambizione alta di uscire, una volta per tutte, dal ventennio berlusconiano, riportando l'Italia nel 21° secolo.

Per concludere queste, spero non troppo tediose, riflessioni credo ci si debba tutti impegnare per raggiungere degli obiettivi che credo siano comuni a tutte le mozioni congressuali in campo. Innanzitutto dobbiamo promettere alla nostra gente che, qualunque sia il risultato finale, non ci divideremo. Indietro al PD non si può tornare. Dobbiamo riuscire a diffondere l'entusiasmo della ripartenza e la passione per il dibattito, che fino a questo momento stenta a prendere quota, evitando di arrivare ad una mera e inutile conta interna. Infine, bisogna lavorare per un vero e profondo rinnovamento generazionale e per un protagonismo effettivo delle giovani generazioni all'interno del nostro partito.

Commenti

Inviato da giancarlo magrelli il 21 agosto 2009 17:42
condivido e sottoscrivo l'analisi che federico copie sullo stato dell'arte.ne apprezzo la passione che non riscontro invece sulle mozioni dei tre "competitor".quanto alle prospettive percepisco invece un clima nuovo che, seppur lentamente,va pervadendoil Paese. Credo insomma che sta iniziando,dopo le sonore sconfitte elettorali, il girone...di ritorno ! Ciao
Federico
Inviato da alberto mercanti il 25 agosto 2009 21:25
Ciao Federico,
quello che esponi è più che giusto, in partcoalere il passaggio relativo ai circoli, dove qui a magione non capisco se almeno voi vi incontriate ....per confrontarvi sul prossimo congresso!!!!!!!!
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