SPECIALE ABRUZZOConsegnata la new town di Onna tra emozioni e proteste. L'inviata speciale Lucia Caruso racconta la cronaca della giornata di ieri in Abruzzo
Lucia Caruso • 16 settembre 2009 17:14
I cittadini di Onna hanno nuove case. Sono tante villette colorate, ordinate, provviste di tutti i comfort. Ancora non abitate sulle finestre già ci sono vasi pieni di fiori. Avrebbero dovuto infondere serenità. Eppure sotto il cielo triste di ieri vederle incastonate nella cornice delle ben visibili macerie che ancora, irrimediabilmente, riportano la mente a quegli attimi, da un senso di vuoto e di incolmabile tristezza. Certo è poco dire che è stato straordinario il lavoro svolto dalla Provincia autonoma di Trento, retta da un’amministrazione di centrosinistra, con il contributo della Croce Rossa italiana che ha messo a disposizione ben 4 milioni di euro raccolti dalle donazioni. 47 alloggi per 94 nuclei familiari. Non sono pochi. Merito anche e soprattutto alla comunità degli onnesi che ha strattonato per bene il presidente del Consiglio per aver firmato un decreto nel quale tra le zone individuate per la realizzazione delle case di legno Onna non c’era. Dunque viene spontaneo chiedersi di cosa ringraziare il premier e il suo governo?
Il terreno sul quale è stata costruita la nuova Onna è stato messo a disposizione dal signor Angelo Pica Alfieri in modo del tutto gratuito. E in mezzo a tutti i palazzinari filo-governativi che speculano sulla tragedia dell’Abruzzo, quest’uomo risulta un’eccezione davvero eccezionale, eppure è poco o niente menzionato dai mass media.
La giornata
Camminando tra le casette di legno scorgo ancora i segni dei lavori. Escavatori, camion e altri materiali da costruzione sui bordi delle strade sterrate del villaggio. Tutt’intorno sembra il festival di Venezia. Centinaia di giornalisti, cameraman, fotografi che sembrano aspettare ore per immortalare una qualche star del cinema. E invece … attendono Silvio Berlusconi. Alle 15.30 circa arriva scortato da un po’ di uomini che lo seguono ovunque. Partono una raffica di flash quando si avvicina, per un momento di raccoglimento, all’albero della memoria dove sosta una targa con tutti i nomi delle vittime del terremoto che lo scorso 6 aprile devastò l’Abruzzo.
Poi la cerimonia continua davanti l’asilo, costruito sulla base del progetto di Giulia Carnevale, una ragazza morta sotto le macerie. E’ al centro del villaggio. Dalle grandi vetrate s’intravedono aule piene di giochi, piccoli banchi ordinati e alcune suore. Fuori, su un fazzoletto di terra che attende di diventare verde, ci sono scivoli colorati che attirano subito l’attenzione dei più piccini.
Davanti l’ingresso principale Bertolaso inizia coi ringraziamenti. Alla Provincia autonoma di Trento, alla Croce Rossa italiana, alla Protezione civile, ai volontari della Regione Umbria e del Lazio, al presidente del Consiglio (anche se non si capisce perché) e a tutti quelli che hanno collaborato alla ricostruzione. Poi la parola passa alla mamma di Giulia. Parole piene d’amore e di dolore. Il cielo a stento trattiene il suo pianto. Ma la folla accorsa ad ascoltarla si stringe in una forte commozione. Ce la racconta Giulia. Aveva 23 anni ed era una studentessa di Ingegneria edile. E’ morta sotto le macerie della Casa dello studente dell’Aquila. Per un esame aveva progettato la costruzione di un asilo a forma di libro, con il tetto che simula la copertina di un volume da sfogliare. “Il sogno di Giulia – ha detto la mamma – era questo e vederlo realizzato è per me una consolazione. Così il suo nome e la sua memoria non rimarranno sepolti sotto le macerie”. Poi parla Giustino Parisse, capo della redazione dell’Aquila del quotidiano Il Centro che il 6 aprile perse due figli e il padre: “Un bravo padre dovrebbe mettere sulla testa dei propri figli un tetto”. Rimpianti, rimorsi, sensi di colpa non si placano. Ancora tanta commozione nel suo volto, ormai stravolto da uno sguardo perennemente turbato, e tra la folla, che in quei minuti rivive d’un tratto tutta la catastrofe, un dolore indescrivibile. Le ferite, che non si sono mai cicatrizzate, ricominciano a sanguinare al primo piccolo brivido emotivo. Ogni parola è un ricordo. E ogni ricordo è una lacrima. E nonostante la sollecitazione di Berlusconi a “guardare al futuro”, perchè queste case ne dovrebbero essere il segno, la gente è persa nella memoria di quei 40 secondi che hanno strappato a Onna 41 dei suoi abitanti.
A riportare l’attenzione mia e della folla sul presente sono le parole che Giuseppe Molinari, vescovo dell’Aquila, rivolge al premier: “ Alla gente d’Abruzzo non interessano le chiacchiere sterili della politica, ma il lavoro, una giustizia che funzioni, una equa distribuzione delle ricchezze, meno burocrazia e uno stato che funzioni. Siamo stanchi - conclude – di una politica di discussioni e di odio, che nulla ha a che fare con la democrazia”. In molti rimaniamo un po’ interdetti. Con la speranza che sia un consiglio per il premier a cambiare la sua politica, più che un elogio al suo lavoro.
Arriva il momento della consegna della chiavi. La prima casetta ad essere aperta ai nuovi inquilini è la numero 39. Berlusconi accompagna il rito con un augurio“Consegno a voi le chiavi. Che sia un nido d’amore per una nuova vita e per guardare avanti”.
E di nuovo sorge spontanea una domanda: perché è il premier a benedire queste casette che non sono opera del governo? Perché a fare il rito di consegna non è stato un rappresentante della provincia autonoma di Trento che ne avrebbe avuto pieno diritto?
La protesta
Ma andiamo avanti. Comincia a riscaldarsi il clima di protesta che già si era fatto sentire appena le super macchine del premier avevano varcato la soglia di Onna. Sono tanti gli striscioni che girano tra le vie della new town. A sventolarli una rappresentanza degli abitanti di Tempera, frazione di Paganica, che sono ancora nelle tendopoli e chissà per quanto . “Dove andremo a settembre? No alla deportazione”, si legge su uno. E ancora: “Altro che Porta a porta, non tenemo le case”. “Bene le case a Onna, ma gli altri?”. E già perché i numeri parlano chiaro ci sono ancora 20-30 mila persone da sistemare, di cui 11mila ancora nelle tendopoli. Per l’inverno, che si prevede tra l’altro freddissimo, e già fa avvertire temperature in netto calo, molti andranno a finire negli alberghi delle zone limitrofe, alcuni saranno spostati nella caserma della Guardia di Finanza di Coppito.
Nel villaggio si crea d’un tratto un’atmosfera surreale. Uno scontro verbale tra sfollati: “ Noi abbiamo 41 morti – dicono quelli di Onna – siamo stati i più colpiti”.” Noi ne abbiamo avuti 39 – rispondono quelli di Castelnuovo – ma in paese non si è ancora fatto nulla”
La paura che non si troverà una sistemazione per tutti ed entro la data stabilita ce l’ha anche il sindaco: “Non credo si faccia in tempo a sistemare tutti per il 30 dicembre e – sottolinea – il problema è dare certezze ai cittadini. Ci aspettano mesi difficili ma la situazione migliorerà”. “Ho chiesto di fare interventi con case di legno come queste di Onna – continua Massimo Cialente – dobbiamo solo valutare dove metterle in modo da dare risposta a tutte le periferie distrutte e anche a quei nuclei familiari del centro che sono in difficoltà”.
Non è facile spostare ancora una volta gli sfollati in un’altra sistemazione provvisoria. Alcuni di loro dicono di preferire la tenda ad un albergo o alla caserma. Ci raccontano anche dei rapporti che si sono creati tra molti di loro. “E’ difficile - mi dice Maria - di nuovo lasciare tutto e cambiare. Io rimarrò qua nella mia tenda. Dovranno cacciarmi con la forza”. Strappati alla loro madre terra dal terremoto e ora sballottolati qua e là come pacchi postali, vivono una situazione di sconforto, anche se la Protezione civile fa di tutto per assecondare i loro bisogni, sempre pronta ad offrire sorrisi gratuiti e tutta la forza d'animo per far sentire meno sola la gente d'Abruzzo.
Intanto Berlusconi fa finta di non sentire le urla di protesta. E si rivolge a chi lo elogia (un uomo che ha avuto la casa) scambiandosici un abbraccio. Poi sale nella sua macchina e parte per il suo appuntamento a Porta a Porta.
Presto si svuota il villaggio anche dei giornalisti. Restano le strade vuote. Un ragazzo in bicicletta. E qualcuno che ancora pulisce i cortiletti delle case. Un vecchietto siede su una panchina. E’ pensieroso. Gli chiedo se abiterà lì. Mi dice di no. Lui è dell’Aquila. Sta in una tendopoli e non sa quanto ancora ci rimarrà. Nei suoi occhi lucidi sembra non trasparire neanche un velo di speranza. Solo tristezza e tanta solitudine. Lo lascio lì seduto, pensieroso, mentre con lo sguardo va incontro ad un nostalgico tramonto.
L’Aquila
Non si poteva lasciare l’Abruzzo senza aver visto in che condizioni è l'Aquila.
Sconvolgente trovarla ancora così. Appare come fosse stata tutta rosicchiata dai topi. Il terremoto ha ferito ogni cosa. Dove si può camminare è tutto un ‘lavori in corso’. Le impalcature coprono interamente i palazzi. Alle 19 mentre il sole si nasconde dietro i monti il capoluogo abruzzese diventa una città fantasma. E’ semivuota. Sono in pochi quelli che s’incontrano per strada. La maggior parte sono militari o forze dell’ordine che sorvegliano le zone in cui è vietato entrare. Io ci entro per dare un’occhiata. Molte case sono rimaste come le hanno lasciate allora. Sono pericolanti e pericolose. Sventrate le pareti, private del tetto, sono ruderi incastonati in un’atmosfera a dir poco spettrale. Una balconata sospesa nel vuoto mi fa una certa impressione. E’ ancora lì, pronta a cadere. Scatto qualche foto. Ci sono chilometri di strade delimitate da case abbandonate. Chilometri. Sono tutte inagibili. Mi chiedo come sia possibile avere in una città la maggior parte delle case non sicure. Mi chiedo perché i responsabili, e sono tanti, e si conoscono i nomi e i cognomi, dopo aver provocato tanto dolore, ancora sono in giro tranquilli. Mi chiedo il perché di questo totale abbandono e quando tornerà a ri-nascere l'Aquila. Mi faccio tante domande ma poche sono le risposte.
Conclusioni
E’ evidente che tutta la giornata è stata una trovata mediatica. Lo showman ha fatto la sua performance. Ha messo in moto tutti i suoi poteri affinchè le emittenti televisive ingigantissero e pompassero l’evento. E c’è riuscito. Tutte le reti sintonizzate. Tutti i giornali pronti a riempire le prime pagine e molti titoli in suo onore tipo: “Berlusconi ha fatto il miracolo. In Abruzzo Italia migliore” o “Promessa mantenuta, Onna torna a vivere”.
Silvio che depone la corona sulla targa delle vittime di Onna, lui che taglia nastri, apre porte, consegna chiavi, abbraccia sfollati, e da la sua benedizione. Insomma il Berlusconi show non smette di stupire.
“Un eccesso di tracotanza e di autoreferenzialità ha guastato la festa - ha commentato Stefania Pezzopane, presidente della Provincia dell’Aquila cercando di rimanere gli italiani ancorati alla realtà– Restano migliaia di persone in attesa di un abitazione e resta l’impegno di ricostruire il centro storico dell’Aquila”.
Chiuso il sipario del teatrino mediatico che ha tramutato il terremoto in uno spettacolo, si apre una sfida contro il tempo affinchè tutti a breve abbiano un tetto sulla testa.






















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